Il Festival e la pancia del paese

Come molti italiani, anch’io quest’anno ho sentito il richiamo ed il fascino del Festival di Sanremo, partecipando a tutta la sua dinamica, incluse le invitabili polemiche sugli esclusi e sui vincitori.
E proprio sui vincitori e i vinti vorrei soffermarmi, condividendo alcuni pensieri.
Alla luce dei commenti letti e sentiti dai vari media, premetto di non immaginare alcun disastro evocato o palesato da questa classifica, da questo esito del festival, anche perché ipotizzo che un professionista navigato saprà come attutire il colpo, semmai abbia avvertito il peso del giudizio come tale. Avrà di certo una schiera di amici e consulenti con i quali fare un’approfondita analisi del voto.
Scrivo piuttosto per provare a ragionare cercando di andare al di là di facili giudizi, ormai quasi standardizzati, per quanto riguarda il rito di Sanremo.
E’ una riflessione non richiesta eppure mi sembra utile utilizzare questo momento/movimento per provare a capire.
Ho assistito al Festival con un gruppo di amici che facevano il tifo per la canzone impegnata, sofferta, con dei messaggi e ben cantata. Eppure assistendo alla kermesse, ad un certo punto mi è stato chiaro che avrebbe vinto il Gabbani (Fortuna? Sicuramente, ma proverò ad articolare questa scommessa).
Provo a spiegarmi e a spiegare la delusione immediata di una certa categoria di persone cresciute ed allevate nella cultura della ricerca, della parola, della dialettica, poiché le canzoni dei due piazzati si situano su quel familiare e, a loro conosciuto, registro educativo/culturale. A seguito della proclamazione del vincitore, sono quindi seguiti i soliti commenti sul cercare di dare un senso a quello che appariva, sempre a questa schiera di persone, essere un esito anacronistico, impossibile: “ Ma che pensa la gente? Ma com’è possibile?” – Lo sbalordimento e lo spiazzamento cercano, naturalmente, di trovare un significato perché la vita ha bisogno di entrare nell’ordine del senso. Complice la stanchezza, forse dovuta all’ora tarda, è giunto puntuale il solito cliché che la pancia del paese predilige un certo tipo di canzoni, facili ed orecchiabili, e che probabilmente un certo numero di persone, un po’ attempate ed avanti negli anni, non riescano più a sintonizzarsi con la modernità che avanza. Qualcuno, non arrendendosi all’evidenza, ha provato a chiamare in causa l’ipotesi complottistica (siamo pur sempre in Italia) delle case discografiche.
Ma passata la notte, vorrei provare a capire meglio e fare un ragionamento diverso su questa graduatoria al di là dei citati luoghi comuni.
Dal mio punto di vista, non è del tutto sorprendente quanto accaduto e proverei a fornire qualche spunto di riflessione ricomprendendo tutto il podio. Aggiungo ed anticipo che, secondo il mio parere, questa classifica svela puntualmente il mutamento antropologico in atto nella modernità.
Partiamo dall’evidenza che il Gabbani ha vinto e quindi ha avuto un maggior numero di Like, da una parte del paese. E quando questa parte del paese non (ci) convince, si etichetta con l’epiteto “pancia” ad indicare una parte bassa, inferiore, non spirituale, grezza, opposta ad un’altra più alta, sofisticata. Da sempre due ideologie, due stili di vita, due tifoserie, inconciliabili.
Ma cos’è questa pancia, di cosa è composta? Sono le viscere? Se così fosse i prossimi commenti sarebbero solo ad appannaggio della medicina. Ma le viscere non colgono il problema, lo collocano e lo spostano solo ad un inaccessibile livello biologico, dove il ragionamento è costretto ad arrestarsi. Allora proviamo, rientrando nell’ordine del senso, ad articolare fenomenologicamente queste viscere a partire da un paradigma a me più consono.
Cominciamo ritornando alla visione del festival, immaginandoci la scena di un gruppo di persone, sedute per lo più, di fronte allo schermo della TV dove scorrono le immagini della rassegna e dei cantanti che si esibiscono. Su due teatri diversi si svolgono due fatti sociali. Uno più colorito, attivo, energico, l’altro più ricettivo, seduto, passivo.
Sintetizzando e rimanendo nella metafora biologica, due corpi distanti e mediati dal video.
Già due corpi (anche sociali).
Come sappiamo, grazie a Gallese, Rizzolatti e le Neuroscienze, quando due corpi si incontrano, a livello neurofisiologico si attivano, in entrambi i soggetti dell’interazione, i famosi neuroni a specchio che ci permettono di relazionarci al meglio all’altro imitandone, se così si può dire, inconsapevolmente ed inconsciamente i movimenti, le espressioni, le emozioni.
Proverò adesso a fare un’opera di traduzione, provando ad immaginare cosa succede ai nostri neuroni di fronte alle diverse esibizioni.
Iniziamo con quella del vincitore. Il Gabbani, dal punto di vista che stiamo discutendo (s’intende) , attiva numerose aree del cervello ed i relativi neuroni: così sollecitati e di fronte a questa performance canora i nostri neuroni si dispongono a specchio. Ciò comporta che pur seduti e senza accorgercene, facciamo immediatamente l’esperienza della danza. Ma il neurone è corpo ed il corpo è anche simbolo (una sintesi linguistica dei numerosi neuroni/organi che lo compongono), quindi ognuno comincia a contattare ed accedere al proprio corpo. Può accadere anche, e con il Gabbani è più evidente con gli altri due, che chi sta seduto si alzi e provi ad imitare la danza che accompagna la canzone. I nostri neuroni-corpi danzano con quelli di Francesco Gabbani. E sappiamo che alzandosi, l’attivazione comporta una distribuzione diversa di ossigeno al cervello, quindi di forze e di attenzione; ci si sente vivi ed attivi. L’esperienza che facciamo ascoltando il Gabbani è questa: ci alziamo, balliamo, ci guardiamo, ci sorridiamo, ci veniamo incontro. Il tutto avvolto da un mondo di colori e quindi di allegria (colori, faccio notare, che la scenografia sullo sfondo sottolineava). Una vicenda sensoriale a molti livelli; totale, olistica. Ma il colpo di genio, a mio avviso, è la trovata dello scimmione/danzatore che ha accompagnato il primo premiato. Un vero è proprio Alter Ego della nostra filogenesi, un Alter Ego che ci ricorda da dove proveniamo e nel quale ci riconosciamo. Sintetizzando, esso intercetta e ingloba anche la nostra quota biologica, mai estinta. Direi che attraverso una esibizione/canzone ci ri-specchiamo e, simultaneamente, facciamo contatto con i tre registri che connotano l’animale umano, ovvero quelli bio-psico-sociali. Tutto questo si ricollega ad uno degli aspetti della modernità, già precisati da Marcuse, ovvero che il principio di prestazione ha risucchiato tutti gli altri.
Siamo nell’era della maniacalizzazione dell’esperienza di vita, della sua inarrestabile compulsione. Sappiamo che siamo vivi poiché il nostro corpo si muove, sorride, consuma e va incontro agli altri.
Le altre due performance, di contro, spingono invece il corpo a tornare su sé stesso, a sedersi e meditare: il movimento prende una direzione diversa, opposta alla prima, si rivolge all’interno. Suggeriscono quindi un tornante intimistico, privato, non immediatamente partecipabile, se non facendo attenzione a qualche occhio lucido. E se proprio la si vuole condividere questa vitalità intima, essa deve servirsi del registro simbolico, cioè ha bisogno di molte parole e di pazienza, ascolto, tempo. Tre modalità ormai vetuste, obsolete, al più relegate in qualche stanza di psicoanalisi. La parola, da sola, non restituisce quell’idea di essere vitali che passa e si amplifica attraverso il corpo in movimento.
Non molto di più dal punto di vista relazionale-sociale-corporeo, che rimane il leit motiv della modernità (economica). Riassumendo, attraverso l’ascolto delle esibizioni di Mannoia ed Ermal Meta i nostri corpi, intesi in senso esteso, si sintonizzano sui registri del pensiero e/o al più del sentimento, due questioni che si trovano dietro lo specchio, non sono immediate e subito visibili come quando ci si specchia: bisogna cercarle e comportano fatica. Inducono ad un tempo di comprensione ed ascolto lento, dilatato, dislocato. E non possiamo sommare alla fatica della vita altra fatica. Il corpo sociale delle modernità, di contro, cerca leggerezza, snodi, orizzontalità, continue ripartenze; e non importa se tutto questo avviene in maniera addizionale ed affastellata. Non c’è più bisogno di coagulare nulla, perché domani siamo già pronti per una nuova sfida, affacciati al balcone di una nuova ed inedita esperienza. Il Festival è già alle nostre spalle.
Infine un’ultima suggestione: attraverso l’ascolto di queste tre esibizioni, facciamo due diverse esperienze di noi stessi. Nella prima, un collegamento simultaneo alla vita che vibra e pulsa e ci proietta in un virtuale centro commerciale (nuova architettura della modernità) dove tutto è alla portata di mano, dove tutti i beni sono disponibili sullo stesso piano orizzontale. Le altre due esibizioni invece, appartengono ad un’altra struttura della soggettività, quella in cui le architravi erano costituite dallo scavo, dalla ricerca, dall’approfondimento, dalla verticalità. L’icona di questa architettura rimane l’oscura miniera, dalla quale si può tornare più ricchi o perire. Sono due costruzioni e due antropologie diverse che prendono direzioni opposte come abbiamo visto.
Tuttavia registro come – in un’epoca nella quale , a detta dello scrittore P. Roth , si può diventare Presidente degli Stati Uniti d’America con un vocabolario di 77 parole, dove il successo viene prima del sudore (non sarà sfuggito a chi ha visto il Festival come il vincitore, incredulo, si rivolgesse alla Mannoia quasi a chiederle scusa), in linea con l’ordine del vocabolario e sovvertendo tutte le pratiche educative/discorsive impartite sino agli anni ’80 – sia evidente che non è più necessario infilarsi in oscure biblioteche per cercare quello che non si ritiene più utile alla vita. La parola, il pensiero e l’approfondimento sembrano non far più eco a nessun soggetto. Ne è subentrato un altro, più veloce e dinamico, il quale non deve essere angosciato da nessun pensiero faticoso. Un soggetto costretto a maniacalizzare la vita danzando da un punto all’altro, per sfuggirne alla sua presa claustrofobica. O meglio, da un evento ad un altro, un nuovo nome per incipriare di singolarità e straordinarietà la noiosa quotidianità. Ma se gli eventi si susseguono uno dietro l’altro, vuol dire che, in fondo e dolorosamente, nessuno di essi sia unico davvero.
ER

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